Le foglie dorate e i frutti di Ginkgo

La ginkgo (Ginkgo biloba) è una pianta unica nel mondo, sia perché è l’ultima rappresentante di un antico gruppo ormai estinto, e quindi di grande valore botanico, sia per la particolarità e bellezza delle foglie, inconfondibili per la forma a ventaglio con una piccola incisione al centro nel margine superiore, a volte appena accennata o assente. In autunno poi, quando al sopraggiungere del freddo le foglie prima di cadere mutano colore in breve tempo, assumendo una colorazione gialla brillante, quasi dorata, esprimono al massimo quel pregio ornamentale che le ha rese giustamente note. A Bologna gli esemplari più maestosi si possono ammirare all’Orto Botanico e in piazza Cavour, ma la specie occupa un posto di rilievo anche in altre piazze del centro storico e in molti giardini della città. Nel parco un breve filare di ginkgo si trova poco oltre l’ingresso di via San Mamolo, a lato del rio Fontane, e in questi giorni mostra anch’esso una splendida veste autunnale. Il primo a ingiallire è stato l’esemplare più giovane a metà filare, le ultime sono state le piante più vecchie nei pressi del tornante. Questo periodo è anche il momento in cui dalle ginkgo “femmina” (nella specie si distinguono esemplari che producono infiorescenze maschili ed esemplari con fiori femminili che danno poi origine ai frutti) cadono a terra i frutti carnosi, color ocra, con all’interno un seme duro di colore più chiaro, che quando iniziano a degradarsi emanano un odore decisamente sgradevole, anch’esso per certi versi inconfondibile.

I “fiori” del cedro dell’Himalaya

Da alcune settimane il parco ha iniziato a indossare la veste autunnale: aceri campestri, noci, fichi e tigli si sono colorati di giallo, peri e frassini hanno assunto tinte violette, i kaki sfoggiano il loro magnifico fogliame rosso aranciato. Mentre tutte queste caducifoglie gradualmente riducono la loro attività, altre piante sono in pieno fermento, ad esempio i cedri, per i quali l’autunno coincide con il momento della fioritura. Passando davanti alla villa in questi giorni è difficile non notare le tante curiose strutture che sporgono tra i gruppi di foglie aghiformi del grande cedro dell’Himalaya e dalle quali, quando i lunghi rami ondeggiano, si diffondono nuvole di fine polvere giallognola. Le strane spighe verdi erette, lunghe circa 6 cm, sono le infiorescenze maschili di questi maestosi alberi che a maturità si aprono liberando grandi quantità di polline. Le infiorescenze femminili, destinate a raccogliere questo polline leggero, sono simili, ma più piccole e nascoste e saranno evidenti solo nei prossimi mesi, quando cominceranno ad aumentare di volume per diventare i caratteristici coni a barile che spiccano su altri rami della stessa pianta. Il momento della fioritura è anche uno dei caratteri che permette di distinguere il cedro dell’Himalaya dal cedro dell’Atlante. Quest’ultimo, infatti, di cui si riconosce un esemplare con gli aghi di colore verde azzurro tipici della varietà glauca nel boschetto subito a ovest del grande cedro, ha iniziato a disperdere il polline già da alcune settimane e a terra, intorno al fusto, si ritrovano molte infiorescenze maschili cilindriche, di colore bruno-rossastro, ormai secche.

Gli ultimi fiori dell’edera

Finita ufficialmente l’estate, è il momento delle fioriture autunnali per varie specie erbacee del sottobosco. I ciclamini, in realtà, sono comparsi in piccoli gruppi già dal mese passato, e il caldo delle scorse settimane ha fatto anticipare altre fioriture tipiche di questo periodo come quella dell’edera (Hedera helix), una specie ben nota e diffusa nel parco, il cui esemplare di maggiore rilievo si incontra salendo da via San Mamolo al terzo tornante, col grosso fusto abbarbicato a una vecchia robinia e le foglie del rampicante che hanno quasi del tutto preso il posto della chioma originaria della pianta (visibile solo in cima all’albero). Sono forse gli ultimi giorni per apprezzare le infiorescenze a ombrella arrotondata dell’edera che compaiono sulle cime dei rami fioriferi, curiosamente dotati di foglie quasi ovali, assai differenti da quelle lobate caratteristiche dei rami più in ombra, che la pianta sviluppa per aggrapparsi a un sostegno. I singoli fiori sono piccoli, con cinque petali verdastri e cinque stami gialli intorno a un unico pistillo, ma talmente ricchi di nettare che nelle giornate di sole, passando vicino a un’edera in fiore, si resta inebriati dall’intenso profumo dolciastro. Attenzione a non avvicinarsi troppo, però, perché il nettare dell’edera richiama in gran numero api, calabroni e altri insetti, per i quali è un importante fonte di nutrimento in questo momento dell’anno. I frutti, bacche nere tossiche per l’uomo, saranno invece nel prossimo inverno una riserva di cibo fondamentale per merli e altri passeriformi.

Icaro e Podalirio

Se l’insetto che in queste settimane si fa maggiormente notare, nel parco come in tanti altri luoghi di Bologna, è sicuramente la cicala, il cui frinio incessante risuona nelle giornate di sole, in questo periodo molti altri invertebrati si possono incontrare nei prati e nel sottobosco. Tra questi, le farfalle sono tra le più facili da riconoscere. Oltre alle bianche cavolaie, ad esempio, ci si può imbattere nel piccolo icaro o argo azzurro (Polyommatus icarus), decisamente curioso per lo spiccato dimorfismo sessuale: i maschi, infatti, hanno le ali superiori di colore azzurro violetto, mentre le femmine sono marroni. La farfalla più leggiadra è però il podalirio (Iphiclides podalirius), una delle più grandi (sino a 9 cm) e appariscenti che si vedono da noi, con le ali chiare segnate da bande nere e le caratteristiche lunghe appendici delle ali posteriori (spesso incomplete, come nell’esemplare della foto). Gli adulti cercano il nettare su vari fiori, i bruchi si alimentano soprattutto su peri, ciliegi, prugni e biancospini; tutte specie abbondanti nel parco, che garantiscono di poter ammirare ogni anno il volo leggero ed elegante di questo lepidottero.

Il riposo del ghiro

Nella primavera appena conclusa sono stati fatti nuovi sopralluoghi di controllo dei nidi artificiali distribuiti nel parco, di cui vi diamo un rapido resoconto. Il rinvenimento più interessante è stata una nidiata di cincia bigia (Poecile palustris), con 7 giovani già pronti all’involo. Cinciallegra (Parus major) e cinciarella (Cyanistes caeruleus) si sono confermate presenze ormai costanti in alcuni dei nidi a loro destinati mentre, come lo scorso anno, una coppia di codirosso (Phoenicurus phoenicurus) ha scelto di nidificare in uno dei nidi per balestruccio presenti sulle pareti del Palazzino. Per questa specie, durante l’ultimo controllo, è stato installato un nido dedicato e il prossimo anno scopriremo se sarà di suo gradimento o se continuerà a preferire altre tipologie di nidi. Ora che la stagione riproduttiva di molte specie è finita, i nidi continueranno tuttavia a essere utilizzati come riparo per una sosta notturna o, in qualche caso, diurna. È abbastanza frequente, ad esempio, sorprendere raggomitolato sul fondo un  semplare di ghiro (Myoxus glis), piccolo roditore dal morbido mantello grigio e dai grandi occhi neri sporgenti, che trascorre la giornata riposandosi, in attesa di ripartire la sera alla ricerca di nocciole, germogli, semi o insetti.

Le apparizioni del ramarro

In queste settimane, soprattutto al mattino, nel parco è possibile incontrare qualche bell’esemplare di ramarro occidentale (Lacerta bilineata) arrampicato su un tronco e intento a termoregolarsi. Per questa specie, maggio e giugno sono il momento della riproduzione e i maschi adulti mostrano la loro livrea migliore, di un bel verde brillante con una vistosa macchia azzurra sulla gola, e sono più attivi, visibili e pronti ad allontanare i contendenti dal loro territorio con caratteristici duelli. Le femmine, dalla colorazione variabile tra verde tenue e bruno, anche con punteggiature scure, si stanno apprestando, invece, a scavare le piccole buche dove a breve deporranno una ventina di uova biancastre, lunghe circa 20 mm, che schiuderanno alla fine dell’estate lasciando uscire giovani di 3-6 cm completamente bruni. Il ramarro, in realtà, è una lucertola poco amante del caldo (nell’Italia meridionale preferisce abitare le zone montuose più fresche) e nei prossimi mesi passerà buona parte della giornata nella vegetazione più fitta alla ricerca di ragni, bruchi, insetti e altri invertebrati, ma anche di uova, piccoli uccelli e frutti, cercando di sfuggire al biacco (Hierophis viridiflavus), un lungo serpente, per noi assolutamente innocuo, che è uno tra i suoi principali predatori ed è anch’esso piuttosto facile da osservare nel parco.

E’ fiorito il dittamo!

Tra aprile e maggio nel parco si concentrano bellissime fioriture distribuite un po’ ovunque. Tra gli alberi da frutto le più scenografiche sono quelle di rusticano e ciliegio; ai margini dei boschi e fra gli arbusti spiccano i bei fiori delle rose selvatiche; prati, scarpate e cigli dei fossi, invece, si colorano di tante piante erbacee, tra cui ranuncoli, salvia dei prati, salvastrella e specie più rare come l’orchidea maggiore (Orchis purpurea) e la curiosa orchidea omiciattolo (Orchis simia). In questo periodo sono iniziati anche i primi sfalci, programmati in modo differenziato e parziale per salvaguardare le specie più preziose, consentire alle erbe di completare il loro ciclo vitale e disperdere i propri semi ma anche per non perdere la bellezza di questo momento dell’anno. È un periodo felice anche per le api e i tanti altri insetti impollinatori che volano indaffarati sui fiori, beneficiando dell’abbondante cibo a disposizione.

Fra le fioriture più rare e vistose, agli inizi di maggio risaltano quelle del dittamo (Dictamnus albus) che si incontrano nella parte alta del parco, lungo il sentiero CAI 904 diretto all’Eremo di Ronzano, protette all’interno di una piccola area recintata. Questa pianta erbacea, inclusa nella flora protetta regionale, è stata introdotta nel parco nell’ambito di un progetto europeo dedicato al rapporto tra il dittamo e i suoi impollinatori selvatici, soggetti a un preoccupante declino (www.pp-icon.eu). Nel 2011 sono state prelevate alcune zolle dall’area del Farneto, nel Parco Regionale Gessi Bolognesi e Calanchi dell’Abbadessa, dove il dittamo cresce spontaneo, e sono state trasferite a Villa Ghigi: da allora ogni anno, in questo angolo del parco, si può ammirare anche questa splendida fioritura.

La polmonaria

Sciolta l’ultima neve e migliorate le temperature, la ripresa vegetativa ha avuto una veloce accelerazione per cercare di recuperare le settimane perdute. Mandorli e rusticani in pochi giorni si sono ricoperti di fiori e in tutto il parco è un’esplosione di fioriture di primula, anemone dei boschi (bianco), anemone ranuncoloide (giallo) e polmonaria. Splendide macchie di quest’ultima, presente nel parco con due specie molto simili (polmonaria maggiore e polmonaria chiazzata), rivestono le scarpate della sterrata che proviene dal parcheggio di via di Gaibola e molte zone di sottobosco.
Anche a distanza spicca immediatamente una loro particolarità: la differente colorazione delle corolle imbutiformi che in principio rosa virano poi verso un viola tendente al blu a seguito di una variazione del pH interno dei cinque petali. Quando tutti i fiori, molto apprezzati da bombi e api, saranno caduti, si potrà continuare a riconoscerla per le ampie foglie ovali, morbide al tatto perché coperte di numerosi peli e con tipiche macchie chiare che un poco ricordano, in effetti, gli alveoli polmonari. In passato, questo carattere si è ritenuto che conferisse alla pianta effetti benefici proprio nella cura dei polmoni (secondo la “teoria delle segnature” del medico naturalista cinquecentesco Paracelso); anche se non è vero, la polmonaria rimane una pianta molto utilizzata in erboristeria e anche in cucina.

Tracce nella neve

Tracce nella neve al parco villa ghigi

La neve è tornata nel parco e, favorita dal freddo gelido di questi giorni, ha nuovamente rivestito prati e sentieri. Se il buonsenso suggerisce di evitare i percorsi nel bosco, dove qualche ramo potrebbe non resistere al peso e stroncarsi, passeggiare lungo la viabilità principale consente di fare ugualmente interessanti osservazioni sulle tante tracce che spiccano sulla neve. Le molte impronte di cane, riconoscibili per i quattro cuscinetti delle dita con artiglio finale e l’ampio cuscinetto centrale che rende l’orma piena, si possono confrontare con le tracce tipiche degli uccelli. Per esempio, quelle lasciate dalle cornacchie grigie, le più facili da incontrare, grandi tra i 5 e gli 8 cm e distinguibili per le quattro dita strette e allungate, tre in avanti leggermente divaricate e una all’indietro, un poco più lunga e spesso con l’artiglio finale visibile. Decisamente curiose sono le tracce delle lepri quando si spostano al trotto, appoggiando singolarmente le zampe anteriori prima delle posteriori, che con lo slancio finiscono più avanti appaiate e lasciano sulla neve un disegno assai caratteristico simile a una Y.

Luciano Ceré non c’è più

Luciano Cerè se n’è andato il 13 febbraio scorso, troppo in fretta. Era il figlio del custode di Villa Ghigi e aveva vissuto nella casetta accanto alla villa da quando era nato, nel 1943, sino a poco dopo la morte di Alessandro Ghigi nel 1970. In questi anni per la Fondazione è stato un caro amico e una fonte preziosa e inesauribile, insieme al cugino Gino Cerè e a Rosa Calzolari, di aneddoti e notizie sulla tenuta dal dopoguerra sino al momento del passaggio della villa e di buona parte dei terreni all’Amministrazione comunale. Qualcuno dei frequentatori del parco l’avrà sicuramente conosciuto e ascoltato, perché lo abbiamo coinvolto tante volte in passeggiate, laboratori per bambini, centri estivi e altri appuntamenti, ai quali partecipava sempre con piacere e generosità, facendo rivivere o ricostruendo appositamente vecchi giochi e giocattoli, attrezzi agricoli, manufatti artigianali di vario genere, nei quali metteva in mostra tutta la sua abilità manuale e l’amore per il lavoro ben fatto.
Aveva passato la vita lavorativa in IMA ed era un uomo ingegnoso e preciso, che impersonava bene il prototipo di quei tecnici, competenti e appassionati, che nel dopoguerra hanno fatto la fortuna di tante industrie bolognesi. Veniva nel parco sempre molto volentieri, per andare a trovare Gino, e magari aiutarlo a fare il vino o altri lavori; e tutte le volte che avevamo un quesito da sottoporgli o un’occasione per coinvolgerlo. Qualche anno fa un fotografo fece alcune belle fotografie degli interni abbandonati della villa. Con le piante dei piani dell’edificio davanti, chiedemmo a Luciano qualche informazione sull’utilizzo degli ambienti e lui, con grande sicurezza, cominciò a indicare le stanze una a una, a descrivere la loro destinazione, il colore delle pareti, il mobilio, altri particolari. Fu un momento commovente, perché era evidente che le stava rivedendo con gli occhi affascinati del bambino che era stato e allo stesso tempo ce le raccontava con il rigore dell’adulto che esercita la propria memoria con esattezza e sobrietà.
Luciano era una persona speciale, ci mancherà tanto e rimarrà una figura indelebile del parco.