La polmonaria

Sciolta l’ultima neve e migliorate le temperature, la ripresa vegetativa ha avuto una veloce accelerazione per cercare di recuperare le settimane perdute. Mandorli e rusticani in pochi giorni si sono ricoperti di fiori e in tutto il parco è un’esplosione di fioriture di primula, anemone dei boschi (bianco), anemone ranuncoloide (giallo) e polmonaria. Splendide macchie di quest’ultima, presente nel parco con due specie molto simili (polmonaria maggiore e polmonaria chiazzata), rivestono le scarpate della sterrata che proviene dal parcheggio di via di Gaibola e molte zone di sottobosco.
Anche a distanza spicca immediatamente una loro particolarità: la differente colorazione delle corolle imbutiformi che in principio rosa virano poi verso un viola tendente al blu a seguito di una variazione del pH interno dei cinque petali. Quando tutti i fiori, molto apprezzati da bombi e api, saranno caduti, si potrà continuare a riconoscerla per le ampie foglie ovali, morbide al tatto perché coperte di numerosi peli e con tipiche macchie chiare che un poco ricordano, in effetti, gli alveoli polmonari. In passato, questo carattere si è ritenuto che conferisse alla pianta effetti benefici proprio nella cura dei polmoni (secondo la “teoria delle segnature” del medico naturalista cinquecentesco Paracelso); anche se non è vero, la polmonaria rimane una pianta molto utilizzata in erboristeria e anche in cucina.

Tracce nella neve

Tracce nella neve al parco villa ghigi

La neve è tornata nel parco e, favorita dal freddo gelido di questi giorni, ha nuovamente rivestito prati e sentieri. Se il buonsenso suggerisce di evitare i percorsi nel bosco, dove qualche ramo potrebbe non resistere al peso e stroncarsi, passeggiare lungo la viabilità principale consente di fare ugualmente interessanti osservazioni sulle tante tracce che spiccano sulla neve. Le molte impronte di cane, riconoscibili per i quattro cuscinetti delle dita con artiglio finale e l’ampio cuscinetto centrale che rende l’orma piena, si possono confrontare con le tracce tipiche degli uccelli. Per esempio, quelle lasciate dalle cornacchie grigie, le più facili da incontrare, grandi tra i 5 e gli 8 cm e distinguibili per le quattro dita strette e allungate, tre in avanti leggermente divaricate e una all’indietro, un poco più lunga e spesso con l’artiglio finale visibile. Decisamente curiose sono le tracce delle lepri quando si spostano al trotto, appoggiando singolarmente le zampe anteriori prima delle posteriori, che con lo slancio finiscono più avanti appaiate e lasciano sulla neve un disegno assai caratteristico simile a una Y.

Luciano Ceré non c’è più

Luciano Cerè se n’è andato il 13 febbraio scorso, troppo in fretta. Era il figlio del custode di Villa Ghigi e aveva vissuto nella casetta accanto alla villa da quando era nato, nel 1943, sino a poco dopo la morte di Alessandro Ghigi nel 1970. In questi anni per la Fondazione è stato un caro amico e una fonte preziosa e inesauribile, insieme al cugino Gino Cerè e a Rosa Calzolari, di aneddoti e notizie sulla tenuta dal dopoguerra sino al momento del passaggio della villa e di buona parte dei terreni all’Amministrazione comunale. Qualcuno dei frequentatori del parco l’avrà sicuramente conosciuto e ascoltato, perché lo abbiamo coinvolto tante volte in passeggiate, laboratori per bambini, centri estivi e altri appuntamenti, ai quali partecipava sempre con piacere e generosità, facendo rivivere o ricostruendo appositamente vecchi giochi e giocattoli, attrezzi agricoli, manufatti artigianali di vario genere, nei quali metteva in mostra tutta la sua abilità manuale e l’amore per il lavoro ben fatto.
Aveva passato la vita lavorativa in IMA ed era un uomo ingegnoso e preciso, che impersonava bene il prototipo di quei tecnici, competenti e appassionati, che nel dopoguerra hanno fatto la fortuna di tante industrie bolognesi. Veniva nel parco sempre molto volentieri, per andare a trovare Gino, e magari aiutarlo a fare il vino o altri lavori; e tutte le volte che avevamo un quesito da sottoporgli o un’occasione per coinvolgerlo. Qualche anno fa un fotografo fece alcune belle fotografie degli interni abbandonati della villa. Con le piante dei piani dell’edificio davanti, chiedemmo a Luciano qualche informazione sull’utilizzo degli ambienti e lui, con grande sicurezza, cominciò a indicare le stanze una a una, a descrivere la loro destinazione, il colore delle pareti, il mobilio, altri particolari. Fu un momento commovente, perché era evidente che le stava rivedendo con gli occhi affascinati del bambino che era stato e ma allo stesso tempo ce le raccontava con il rigore dell’adulto che esercita la propria memoria con esattezza e sobrietà.
Luciano era una persona speciale, ci mancherà tanto e rimarrà una figura indelebile del parco.

I primi canti degli uccelli

La neve è tornata a imbiancare il parco e magari ne verrà altra prima dell’arrivo della primavera, ma nel sottobosco i fiori gialli del piè di gallo sono già numerosi e sono comparse le primule. Nelle mattine nebbiose fringuelli, cince e altri piccoli uccelli che abitano il parco si muovono silenziosi, spesso in piccoli gruppi, alla ricerca di cibo e nelle giornate più luminose risuonano i primi canti dell’anno. Sono soprattutto i maschi di cinciallegra e cinciarella che segnalano la loro presenza già alla fine di gennaio e l’assenza di foglie sulle piante permette di coglierli posati sul rametto di qualche albero, mentre si esercitano in variegati fraseggi che preludono alla stagione della nidificazione, che inizierà in questo mese per arrivare alla deposizione delle uova intorno a fine marzo. Nelle prossime settimane, le prime ore di luce saranno un buon momento per dedicarsi al birdwatching nel parco, ma anche nel resto della giornata si potranno ascoltare lungo il rio Fontane la caratteristica risata del picchio verde o il tamburellare ritmico del picchio rosso maggiore, che in questa specie sostituisce il canto come forma di richiamo della femmina.

I fiori verdi degli ellebori

Le inconsuete giornate tiepide di inizio anno avevano fatto ingrossare molte gemme, che con il ritorno del freddo si sono fermate. L’elleboro, invece, ha già fatto comparire i primi fiori sulle scarpate della strada principale di accesso al parco, sul pendio a valle della sterrata che passa sopra al bosco della villa e in altre zone boschive. Sa bene che il giallo-verde dei suoi tepali non può competere con i colori vivaci di altre specie nemorali e fiorisce già a gennaio, mentre le altre ancora riposano; in questo modo spera di attirare i pochi bombi che inizieranno a muoversi nelle prime giornate un po’ più calde dell’inverno: se sceglieranno di visitare i suoi pallidi fiori, verranno ricompensati con il nettare nascosto in piccole strutture presenti sotto ai tanti stami giallastri e derivate dalla trasformazione dei petali. Nel parco in questi giorni si possono incontrare l’elleboro di Boccone (Helleborus bocconei), che ricorda un monaco e studioso siciliano del ’600, e l’elleboro profumato (Helleborus odorus), molto simili tra loro, ma nei negozi di fiori già da dicembre è in vendita l’elleboro bianco (Helleborus niger, curiosamente), conosciuto anche come Rosa di Natale proprio per la sua fioritura precoce.

Buone feste e felice 2018 dalla Fondazione Villa Ghigi

Certi alberi

Questi sono stupefacenti: uno
Accostato all’altro, come se il discorso
Fosse uno spettacolo silenzioso.
Accordandoci questa mattina

Per incontrarci tanto lontano
Dal mondo e, insieme,
Tanto in armonia con esso, io e te,
All’improvviso, siamo quello che gli alberi

Cercano di dirci che siamo;
Che il loro mero essere qui
Ha un significato, che potremo
Presto toccare, amare, spiegare.

E grati di non essere stati noi a inventare
Una simile armonia, ne siamo circondati.
Un silenzio già affollato di rumori
Una tela su cui affiora

Un coro di sorrisi, un mattino invernale.
Piazzati in una luce sconcertante, in movimento,
I nostri giorni si vestono di una tale reticenza
Che questi accenti sembrano la loro intima difesa.

John Ashbery

La sorpresa dei funghi

Nonostante le rarissime piogge delle scorse settimane, la temperatura mite e un sufficiente grado di umidità hanno determinato condizioni favorevoli alla comparsa dei cosiddetti carpofori o corpi fruttiferi, le parti dei funghi deputate alla dispersione delle spore che operano la riproduzione delle varie specie. La quasi totalità dei carpofori che si incontrano nel parco non ha interesse alimentare, ma la loro apparizione permette di accorgersi di questi misteriosi organismi che vivono nascosti nel terreno o nei fusti degli alberi e solo in questi momenti manifestano in maniera visibile la loro presenza in natura; e lo fanno con forme spesso curiose, colorazioni brillanti, odori pungenti, spuntando in posizioni talvolta inaspettate per poi scomparire allo stesso modo e compiere una nuova fugace apparizione negli stessi punti solo dopo anni. Per questo, al di là di conoscerne nome scientifico o caratteristiche organolettiche, può essere divertente dedicare una passeggiata nel parco a cercarli: ci sono tante specie diverse nascoste nel prato che calpestiamo o tra le radici e nei tronchi degli alberi sotto cui ci siamo fermati tante volte a riposare!

Colori d’autunno

Le ultime settimane di bel tempo hanno regalato diverse magnifiche giornate per godersi qualche passeggiata nel parco. Nonostante le notti non siano state particolarmente fresche, fattore propizio per rendere i colori più brillanti, i tanti susini, i ciliegi, i sorbi e altre specie hanno cominciato a sfoggiare il fogliame autunnale, con una profusione di toni gialli e rossi esaltati dalla luce radente tipica di questa stagione. Tra tutti, spicca come ogni anno lo spettacolare rosso aranciato dei kaki: salendo da via San Mamolo, quando si arriva in vista della grande roverella del terzo tornante, non si può non restare colpiti dai colori accesi del filare a metà del pendio a monte della strada; le larghe foglie ovali e lucide mostrano sfumature che vanno dal giallo al rosso intenso, date dai pigmenti che affiancano la clorofilla, in particolare il carotene, responsabile anche del colore dei frutti. Poco oltre il Becco, a valle della strada, è invece un pero a risaltare per le foglie color rosso violaceo, in questo caso legato alla presenza prevalente di altri pigmenti, gli antociani. Per altre specie questo processo non è ancora al culmine e prima della caduta delle foglie ci saranno altri momenti in cui apprezzare il fascino dell’autunno. Ma un’occhiata ai vigneti è bene darla subito, per le foglie dei filari tinte di giallo, rosso e bruno.

Fioriture di inizio autunno

Nell’estate appena conclusa, di temperature estreme e prolungata siccità, sono state poche le specie erbacee che hanno trovato le condizioni per ravvivare di colore i prati del parco, dominati dal giallo delle tante foglie seccate dal sole. Ci hanno provato la malva con i suoi fiori rosati, la cicoria selvatica con i suoi bei fiori azzurri sorretti da rigidi steli, il convolvolo dai delicati fiori bianchi a forma di imbuto; ancora adesso se ne vedono qua e là, insieme ai capolini violetti della centaurea. Ora le prime piogge e la rugiada della notte hanno ridato vigore alle erbe selvatiche e nelle ultime settimane i prati si sono velocemente rinverditi, mentre nel sottobosco sono fioriti i ciclamini. A ravvivare il parco e i boschi della collina bolognese è il ciclamino napoletano (Cyclamen hederifolium o neapolitanum), dai cinque petali rosei punteggiati di porpora nella cosiddetta fauce e sostenuti da un lungo peduncolo bruno che dopo la sfioritura si attorciglia curiosamente a spirale. Nell’Italia meridionale e centrale esiste anche il ciclamino primaverile (Cyclamen repandum), dai fiori rossi, che nella nostra regione arriva a fiorire invece tra marzo e maggio, ma solo sui rilievi della Romagna orientale.

Sono arrivate le cicale

Concluso il periodo delle lucciole, è arrivato il tempo delle cicale. I raggi di sole cocenti dei giorni scorsi hanno scaldato il terreno e le ninfe delle cicale hanno raccolto il segnale. Con le loro robuste zampe anteriori hanno forato la superficie del suolo e, dopo aver trascorso anche quattro anni sottoterra cibandosi della linfa delle radici, sono uscite e si sono arrampicate sui primi tronchi d’albero che hanno incontrato. Qui hanno avviato la muta che le ha trasformate in insetti adulti, hanno atteso per qualche ora che le ali si asciugassero e poi si sono involate. Attaccate ai fusti sono rimaste, a testimonianza di questo passaggio, le loro esuvie: piccoli astucci vuoti e giallastri, che rappresentano lo scheletro esterno della larva, sui quali si nota bene l’apertura da cui è fuoriuscito l’insetto. Il loro ininterrotto e assordante frinire, prodotto dagli individui di sesso maschile grazie uno speciale organo formato da due membrane tese ai lati dell’addome, ci accompagnerà per tutta l’estate, con qualche pausa solo nelle mattine più fresche o nei momenti di pioggia.